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Caro energia, una guerra che si gioca in bolletta

Sfide geopolitiche dietro il rincaro dei prezzi. Dal ruolo del Nord Stream 2 all'Ucraina

Il Presidente della Russia, Vladimir Putin

Negli anni della transizione ecologica, della Cop 26 e degli impegni internazionali per una progressiva decarbonizzazione energetica, sembra quasi strano parlare di crisi del gas e aumento dei prezzi.

Eppure, i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle.

Per dare un’idea, prendendo in considerazione il PUN (Prezzo Unico Nazionale) del 2021, il costo delle materie prime energetiche nel periodo che va da maggio a dicembre è aumentato più del 400% rispetto ai primi quattro mesi dell’anno, registrando in generale un aumento del 250% sul costo complessivo energetico, costringendo le imprese a farsi carico di gran parte del rincaro e rendendo la situazione sempre più insostenibile.

Sta diventando sempre più difficile per i Paesi europei assicurare le forniture necessarie a soddisfare la grande domanda di materia prima a fronte di un’offerta che al momento scarseggia.

Ed è proprio questo il fattore che fa pensare che dietro l’equazione del “caro energia” non giochino soltanto variabili economiche dovute allo squilibrio tra domanda e offerta, bensì da tenere egualmente in considerazione sono al solito le variabili tecniche e politiche.

Infatti, la soluzione potrebbe arrivare dalla Russia, attraverso il cosiddetto “raddoppiamento di corsia” nel rifornimento di gas all’Europa.

Il Nord Stream 2 – così chiamato poiché appunto andrebbe ad affiancare il gasdotto già esistente – è il progetto che, passando per il Mar Baltico, è stato pensato per intensificare il rifornimento del metano russo all’Europa.

Peccato che sia ancora in attesa di autorizzazione, nonostante i lavori siano stati completati già a settembre.

A dicembre, la nuova ministra degli esteri tedesca ha dichiarato di non volere per il momento avviare il gasdotto, ufficialmente perché in attesa di essere dichiarato conforme alle norme europee, un iter che in realtà dovrebbe rientrare nella normalità.

Le motivazioni, come possiamo immaginare, sono più complesse e si intrecciano ai giochi geopolitici figli della rivalità mai superata tra l’Alleanza Atlantica e i Paesi della sfera di influenza ex sovietica.

Se la Germania, sotto la guida dell’ex cancelliera Merkel, aveva cercato in tutti i modi di mantenere gli accordi commerciali fuori dal braccio di ferro politico tra i due poli, oggi non può non constatare come questo non sia più possibile.

Soprattutto a fronte della difficile situazione in Ucraina, che vede da un lato avvicinarsi la minaccia sempre più consistente di un’invasione russa – ricordiamo il dispiegamento di circa 100˙000 unità russe al confine col Paese degli ultimi mesi - e dall’altra il rischio di veder sfumare le entrate economiche derivanti dal passaggio del gas russo verso l’Europa, che ad oggi costituiscono circa il 7% del PIL ucraino, visto che il progetto è stato strutturato scavalcando l’Ucraina nella traiettoria del gasdotto.

Che quello del Nord Stream 2 sia un espediente russo per agganciare l’Europa in una dipendenza sempre più forte dal punto di vista energetico è perlopiù evidente.

È altrettanto vero che danneggiando l’Ucraina da un punto di vista economico e minandone la sicurezza nazionale, la Russia sta mettendo l’Europa in una posizione molto scomoda.

In altre parole, il Cremlino sa di avere il coltello dalla parte del manico e intende utilizzare ogni suo punto di vantaggio per mettere pressione agli Stati Uniti e alla Nato, gli interlocutori con i quali chiaramente preferisce aprire un canale diretto di dialogo.

Questa volta lo fa approfittando della crisi energetica dell’Europa, che ovviamente sa che non può voltare le spalle a Washington, tantomeno proporsi come terzo attore in questa gara.

C’è chi è addirittura convinto che Putin stia in qualche modo orchestrando un casus belli per invadere l’Ucraina e testare fino a che punto l’Alleanza sia disposta a spingersi per difendere il Paese, considerando che l’Ucraina non fa ufficialmente parte della Nato.

Quello che è certo è che questo braccio di ferro, portato anche ai tavoli istituzionali di Ginevra, Bruxelles e Vienna agli inizi di gennaio e risoltosi con un prevedibile stallo, ha visto come grande assente proprio l’Europa.

Mentre si trova a fare i conti con le forniture di gas che da Mosca arrivano centellinate, l’Ue ancora una volta non riesce a sedersi al tavolo dei grandi. Putin sta chiaramente facendo capire che l’offerta che è disposto ad offrirle passa per il Nord Stream 2, mettendo così pressione a Berlino, che a sua volta resta in attesa di vedere cosa succederà in Ucraina e ha paura di legarsi così a lungo termine alla Russia, considerata un alleato tanto affidabile commercialmente, quanto poco politicamente parlando.

È difficile anche pensare a una soluzione che renda il vecchio continente energeticamente indipendente, visti i consumi dovuti alla stagione in corso, vista la ripartenza post lockdown e la velocità con cui si cerca di raggiungere gli obiettivi di Cop26.

Il rischio è infatti quello di non riuscire a gestire con cautela la transizione energetica, affrettandosi nell’intero processo senza riuscire a viaggiare allo stesso passo nella diminuzione della necessità di comprare da altri le nuove materie prime.

Dall’altro lato, la consapevolezza che, una volta convinti i consumatori per eccellenza di energia fossile - India e Cina - a spostarsi sul mercato green, si avrà una concorrenza spietata, in cui ancora una volta ad essere penalizzata sarà l’Europa e i prezzi di acquisto a cui avrà accesso.


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