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Baselitz artista naif, gotico e brutale


Georg Baselitz

È lecito, oltreché utile, pensare che ci si possa accostare ad un artista contemporaneo previa una preliminare considerazione sull’attuale “stato dell’arte”. Non si può, infatti, prescindere dal rilevarne alcune precipue caratteristiche. Così – come per esempio, fa, in maniera significativa, il critico Stefano Chiodi in Orientamenti dell’arte contemporanea – è innegabile che si sia assistito, nei decenni a cavallo del XXI secolo, «ad una forte internazionalizzazione del fenomeno arte verso Paesi tradizionalmente considerati periferici come il sub continente indiano, l’America Latina, il Sud-Est asiatico e, soprattutto, la Cina». Ciò ha favorito, in maniera pressoché esponenziale, il moltiplicarsi dello stesso numero degli artisti dediti in gran parte a illustrare e interpretare i problemi, le ansie e, in misura ridotta, le aspettative dell’uomo in generale. L’unica rilevante variabile pare essere il “tempo” di riferimento: per pochi il “passato”, per molti il “presente” e, ancora per pochi, il “futuro”.

In sintonia con questo proliferare di manifestazioni artistiche, è andata altresì diffondendosi la pratica delle mostre, delle fiere espositive internazionali, delle collezioni e l’istituzione di sedi museali, con il risultato di corroborare, sempre più stretto e avvertito, il rapporto artista-pubblico, con tutte le subentranti “ricadute” sul mercato dell’arte, con esiti, a volte, di veri exploit nelle “battute d’asta” delle opere più attraenti.

In parallelo con lo sviluppo di questo scenario è andata oltretutto modificandosi la “figura” stessa dell’artista, per lo più formato al di fuori delle tradizionali accademie e alle prese con esperienze personali le più varie e, in casi non sporadici, sorprendenti (si pensi agli stencil repentini di Banksy, street artist della prima ora, agli “impacchettamenti” di Christo o alle “trovate” di Cattelan): esperienze tante volte “commissionate” dall’artista-regista a maestranze specializzate nell’uso di materiali speciali (Koons) e così lontane dai canoni tradizionali da indurre a pensare, per esempio, alla “morte della pittura”, alla stregua della “morte della filosofia” o alla dipartita di qualche altra disciplina eccellente.

Restano, tuttavia, nell’alveo dell’espressione pittorica in quanto tale, artisti di primo piano, ognuno con forti e inconfondibili tratti personali, vuoi per il medium, per la tecnica o per il soggetto: tra questi, a suo modo artista urticante, dapprima scandaloso, con una tenace fedeltà alla sua pittura “figurativa”, il tedesco Georg Baselitz, nato nel 1938. La sua “storia” è anche la storia della sua patria e, per questo, la sua futura espressione artistica è intimamente e drammaticamente legata alle esperienze per intero vissute nei frangenti e nei ricordi del nazismo: avvento di Hitler (1933-1945), occupazione della Polonia (1939-1941), secondo conflitto mondiale (1939-1945), tragico bombardamento di Dresda (1945), la Schoah (1933-1945), la costruzione del Muro di Berlino (1961), per richiamare solo i fatti più eclatanti.

Al termine del conflitto, Baselitz ha solo sette anni: paiono pochi per spiegare l’”influenza” che questi fatti possono aver esercitato sul ragazzo; ma se a questi si aggiungono le traversie del padre, iscritto al partito nazionalsocialista, militare durante la guerra e finito prigioniero, con il carico di conseguenze su tutta la famiglia, costretta tra l’altro a passare più volte da una Germania all’altra, allora quei pochi anni si moltiplicano da sé lasciando tracce profonde e incancellabili nella psiche del giovanissimo.

Baselitz, a suo tempo e cioè a circa diciotto anni, frequenta l’accademia di Berlino Est e – come annota il critico Flaminio Guadoni – ha modo di scoprire la pittura di Klee, Kandiskij, Schwitters, Nay. Scopre anche la pittura francese e, l’action painting statunitense. Pare soprattutto interessato a Willem de Kooning, Philip Guston, Clyfford Still, pittori piuttosto prossimi al divisionismo astratto.

Le prime opere di Baselitz, seppur suggestionate da questi incontri perlopiù occasionali, denunciano sul momento il “carattere” dell’artista, per nulla accondiscendente alle mode o ai giudizi della critica: ha infatti l’ardire di esclamare: «Sono brutale, naïf e gotico» e, con ciò, ma non solo per questo, si sistema al primo posto dell’espressionismo tedesco. Basta passare in rassegna, sfogliandolo anche con uno sguardo superficiale, il catalogo delle sue opere che si annichiliscono negli sfondi tenebrosi delle notti più buie, nella brutalità più spudorata delle sue figure e nella loro rappresentazione a volte a volte inquietante o macabra. E, allora, viene da chiedersi – per quanto si accennava all’inizio – se non sia proprio il tempo “passato”, con tutte le sue nefandezze, ad aver lasciato tracce così indelebili e drammaticamente marcate nell’arte di questo pittore di lunga carriera; e come il tempo “presente”, per non dire delle aspettative di quello “futuro”, non abbia per nulla mitigato la sua “visione” del mondo, né, tanto meno, la sua rappresentazione.

Si diceva, poco innanzi, della brutalità confessata da Baselitz a proposito della sua arte. Forse l’analisi un poco ravvicinata di una delle sue opere giovanili, A. – ritratto (1965), può dare l’idea di quanto l’autore volesse intendere. L’immagine è tra le più strazianti del suo “ricco” repertorio. Su uno sfondo compatto, color sanguigno, campeggia una figura nuda che di umano le resta una sagoma solo approssimata, scheletrica tanto da mostrare un costato scarnificato fino alle costole, che vi appaiono come segnate da un pennello diabolico. Il volto, tutt’uno con il collo; lo sguardo strabico; i capelli radi. Chi non può sospettare che tale flash e tanti altri non gli derivino dalle ricordanze di quel certo “tempo passato”? A ciò, in ragione di una considerazione forse più plausibile, occorre tuttavia aggiungere il convincimento dell’artista (così tanto presente nelle avanguardie d’inizio secolo) circa l’importanza del significato in sé dell’opera a scapito della “qualità” della sua esecuzione: la pittura è primariamente autonoma rispetto al soggetto. E reclama, piuttosto, la considerazione e l’approvazione (non la meraviglia) dell’osservatore, che diventa così un vertice importante sine quo non del “triangolo” della rappresentazione artistica: pittore – dipinto – osservatore.

L’altro connotato della propria opera a cui lo stesso Baselitz ha conferito maggior rilievo la dice altrettanto lunga. Il tratto naïf di una pittura induce a vedervi la spontaneità, pressoché infantile, così pure la rozzezza e l’artificiosità dell’esecuzione: tutti elementi presenti in Partigiano (1965). Ci si trova davanti ad una figura, le braccia allargate, un disarmante, pietoso atteggiamento di resa. L’uniforme, o quel che resta di questa, è a brandelli. I piedi nudi, lo sguardo smarrito ma fisso nel vuoto, un vuoto reso ancora più tale da un fondo reso drammaticamente a contrasto con un continuo e sereno color giallo pallido. È l’ultimo grido, estenuato e crudele, della fine della guerra; ma è anche – forse – l’antieroica rappresentazione della condizione umana.

Il gotico, infine, inteso soprattutto nel suo significato di “inquietante”, lo si può ravvisare fin nelle sue opere più recenti, nella importante e duratura fase delle “raffigurazioni capovolte”, come in Primavera al lago di Black Mountain (2020). A tutta prima sembrerebbe un dipinto “pacato”: due figure, approssimate quanto basta, vi appaiono nella trasparenza di una luce, incerta sì ma chiara. Un “paesaggio” sereno dunque. Se non fosse per le due medesime figure dipinte letteralmente a testa in giù e appese in aria come impossibili e terrificanti burattini.

L’anzianità e il costante, indefesso impegno del pittore tedesco induce a pensare all’onesta serietà del suo operare, al di là della qualità delle sue opere, da lui stesso comunque sempre sbandierata contro la pittura falsamente mercificata per l’implicita “bellezza” di questa, armonica e decorosa, oltreché genuflessa alle mode.

Tra le tante, e al caso controverse, esperienze d’arte della contemporaneità, la sua appare senza dubbio originalissima e, a tratti autorevole, tanto da costringere regolarmente il vertice forse più importante del “triangolo” della rappresentazione d’arte, cioè l’”osservatore”, a interrogarsi sul proprio esistere e sul proprio operare, visto che gli altri due “vertici”, il “pittore” e la sua “opera” hanno fatto la loro parte.



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